Il lavoro tra innovazione tecnologica, rischi e prospettive

di Stefania Capogna


Il saggio propone una riflessione sul tema della disoccupazione tecnologica, a partire da una rassegna degli scenari elaborati dai più importanti studi sul futuro possibile. Mettendo a confronto rischi e prospettive determinati dagli impatti della quarta rivoluzione digitale, si prospetta un’idea di welfare che sia in grado di coniugare lavoro, comunità e cura, a partire da una rinnovata etica della co-responsabilità. L’industria 4.0 porta con sé grandi investimenti ma la sfida su cui si giocano gli esiti di questo “mutamento d’epoca” è nella formazione, intesa come ricerca e costruzione di una prospettiva valoriale comune, attraverso cui riempire di senso concetti (quali, ad esempio, circolarità, sviluppo, equità, sostenibilità) che rischiano altrimenti di rappresentare un mero esercizio retorico. 

Il ragionamento che faremo si snoda attraverso tre punti: 

  1. Come interviene nella trasformazione del sistema del lavoro e delle organizzazioni la rivoluzione digitale che distrugge, trasformandole, le organizzazioni e i processi organizzativi?
  2. Come agisce questo cambiamento sul rischio della disoccupazione tecnologica? 
  3. E come si può “traghettare” questa sfida? 

Per contribuire con una riflessione a quello che è il tema di questo Simposio, che è ormai una tradizione, e che ci sfida quest’anno con un titolo ambizioso: “Investire per costruire”, la mia riflessione parte da queste domande, per provare a condividere dei punti che possano fungere da bussola per lo sviluppo. 

Per affrontare la prima questione relativa al tema delle trasformazioni vorrei avvalermi di alcuni studi sugli scenari futuri, volti a delineare come queste questa rivoluzione tecnologica sta trasformando, a livello globale, i nostri equilibri socio-economici. 

Il primo studio a cui faccio riferimento è quello del Millennium Group, noto per la sua prospettiva globale, incentrato sulle sfide che ci aspettano nel prossimo futuro. Lo studio adotta un approccio sistemico, partendo dalla considerazione che non si può affrontare la complessità del mondo odierno secondo logiche tradizionali ma bisogna adottare una prospettiva globale e sistemica che si ispira alla teoria dei sistemi complessi, secondo cui ogni variabile e ogni elemento co-evolve con tutti gli altri e incide su tutti gli altri. Seguendo questo ragionamento lo studio elabora le 15 sfide globali che ci attendono fino al 2050, sottolineando la centralità della quindicesima sfida, che viene rappresentata come l’architrave su cui tutte le altre devono svilupparsi, e cioè quella dell’urgenza di far maturare una prospettiva etica globale, capace di guidare lo sviluppo verso una logica sistemica, inclusiva, sostenibile e circolare.

Gli scenari rappresentati da questo studio sono tre e si focalizzano su una prospettiva di policy, cercando di comprendere il ruolo della politica nel guidare i cambiamenti in atto. Il primo scenario viene definito accelerazione del cambiamento con cui si intende un’accelerazione che privilegia esclusivamente la dimensione del business e del profitto, senza avere una visione e una strategia di lungo periodo e soprattutto senza tracciare percorsi capaci di contemperare le crescenti disuguaglianze che sono sotto i nostri occhi. Anche ai tempi della crisi che stiamo vivendo vediamo le situazioni di povertà aumentare, nonostante si possa osservare che alcuni filoni, alcune filiere, qualche grande multinazionale aumenta inaspettatamente la propria crescita. Il problema quindi non è tanto, o non solo, la crisi ma come condurre questa accelerazione in modo da orientare il business verso la riduzione delle disuguaglianze. Il secondo scenario denuncia il rischio dell’aumentare di tensioni economiche e politiche, derivanti dall’inasprimento delle agitazioni sociali, dovute all’allargamento delle fasce di povertà, marginalità e disagio. Uno scenario non troppo lontano se guardiamo ai dati della cronaca recente, i quali mostrano l’aumentare della micro criminalità, della criminalità organizzata e internazionale. Il terzo scenario, rappresentato da questo studio, è quello di un’economia dell’autorealizzazione che auspica una politica capace sia di anticipare gli impatti di questa rivoluzione tecnologica, sia di accompagnare questa “innovazione distruttiva” (distruptive innovation), orientando un cambiamento culturale in grado di promuovere l’adozione di una prospettiva sistemica e di un’etica globale. Una situazione in cui ciascuno è responsabile e ha cura delle sue azioni, delle persone con cui entra in relazione e degli ambienti all’interno dei quale è chiamato ad agire, indipendentemente dal ruolo. E noi come educatori, a tutti i livelli, non possiamo ignorare questa visione etica e di cura.

Un altro studio a cui fare riferimento è quello del World Economic Forum (WEF) che sposta la lente dell’attenzione dal piano delle policies a quello organizzativo, per comprendere come la trasformazione digitale penetra nelle organizzazioni e quali cambiamenti ci si può attendere.  La prima prospettiva rappresentata è quella di un’automazione come canale di ottimizzazione, immaginando una situazione in cui le tecnologie sono utilizzate per ottimizzare i sistemi e i processi organizzativi, le relazioni e le interazioni sia verso il cliente interno, sia verso il cliente esterno, nel rispetto dei principi di trasparenza e privacy che rappresentano sempre un nodo dolente, a causa della viscosità che caratterizza l’utilizzo dei dati.  L’altra prospettiva delineata dal WEF è la cooperazione senza automazione. Una visione in cui la forza lavoro interagisce con le macchine, senza esserne soverchiata e senza lasciare fuori larghe fasce di lavoratori a bassa qualificazione. La terza prospettiva, quella auspicata dal World Economic Forum, si riferisce alla trasformazione della forza lavoro, al fine di formare nuove competenze e nuovi profili per rispondere al crescente mismatch di domanda-offerta di lavoro e aggiornare i profili di competenza di tutte le professioni e lavori, fortemente trasformati dall’impatto dalla penetrazione delle tecnologie nella prassi professionale, come anche l’esperienza pandemica ha dimostrato.

L’ultimo studio a cui fare riferimento è quello del McKinsey Global Institute, secondo cui circa la metà degli attuali posti di lavoro scompariranno a breve, a causa di questa trasformazione radicale del Mercato del Lavoro. Per cui è sempre più urgente e necessario, anche per l’Università interrogarsi su quali possono essere le figure, le competenze e i profili utili e necessari nel vortice di questo cambiamento.

Su questo è doverosa una digressione. Da tanto l’università si confronta, anche in virtù della riforma universitaria e dell’entrata a regime del sistema di Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento nazionale che introduce un più sistematico e continuativo rapporto, con le cosiddette parti sociali. Tuttavia, non si può negare che quando dalle parole si passa alla pratica, molto spesso l’università trova enormi difficoltà a costruire un dialogo continuativo con il sistema industriale e delle organizzazioni. Non solo perché il nostro paese è notoriamente costituito di medie, piccole e piccolissime imprese ma anche perché sussiste un problema e una differenza di linguaggi, prospettive, tempi, priorità ecc.. Per queste ragioni, il ruolo delle istituzioni locali e nazionali è importante nell’esercizio di quella che a me piace chiamare “leadership istituzionale”, una leadership capace di condurre un empowerment di comunità, attraverso azioni di sistema e una vision di medio e lungo periodo, per costruire e ricostruire il tessuto sociale di comunità non solo virtuali ma soprattutto radicate nei territori; perché è la presenza del tessuto sociale e fiduciario e della comunità (largamente riconosciuti oggi anche dagli studi di taglio meramente economicista) che aiuta a contemperare le disuguaglianze, a non lasciare alcuno indietro, a rompere il vincolo della solitudine, spesso più grave dei limiti economici. 

Per venire alla seconda domanda che guida la riflessione, gli scenari di trasformazione sinteticamente rappresentati mostrano tutta una serie di rischi con cui dobbiamo confrontarci. Primo tra tutti il rischio della disoccupazione tecnologica che ogni stagione di trasformazione ha prodotto, creando allarme e resistenze. In passato, in gran parte, la positiva interazione tra sistema economico-produttivo e sistemi educativi ha consentito di spostare porzioni crescenti di lavoratori in esubero dai settori in declino verso i settori emergenti (dall’agricoltura, alle colture intensive, per poi passare ai sistemi industriali e, infine, ai servizi e al terziario avanzato). Questo ha consentito di contemperare il rischio della disoccupazione tecnologica in diverse stagioni. Tuttavia, l’industria 4.0 pone oggi ai sistemi educativi una nuova grande sfida, in considerazione del fatto che la “stagione aurea” di positiva convergenza tra sistema educativo-sistema economico e sistema sociale, in virtù della quale la formazione, per decenni, ha garantito l’assorbimento di quote crescenti di lavoratori nel quadro di processi di lavoro e organizzazioni che, via via, venivano industrializzandosi, da molto tempo è venuto meno. Quella stagione in cui l’educazione era davvero un valore per lo sviluppo individuale, economico e sociale è svanita da un pezzo, come mostrano i molti studi che già dalla fine degli anni ‘70 denunciano l’immobilità sociale, il credenzialismo e le disuguaglianze che si innestano sulla povertà educativa. Oggi la sfida è ancora più ardua, perché tantissimi lavori impiegatizi, concettuali e altamente professionalizzati, sono obsoleti ancor prima che il percorso venga ultimato, grazie alla concorrenza dell’intelligenza artificiale, della potenza degli algoritmi e del machine learning che fanno le stesse cose in modo più veloce e spesso migliore di un buon lavoratore. Tutto questo pone grandi interrogativi ai sistemi educativi e all’università in primis che è chiamata a guidare il cambiamento culturale di un paese e a tracciare la rotta del mondo possibile. 

Per venire all’ultimo punto, questa riflessione non ci offre risposte ma ci consegna nuove domande. 

Per esempio, quali possono essere le alternative verso cui provare a dirigere lo sguardo per:

  • favorire il miglioramento della qualità della vita e dell’organizzazione del lavoro?
  • promuovere nuovi sistemi di accompagnamento e contrattazione capaci di tessere relazioni virtuose con le comunità di riferimento?

In ogni epoca di transizione la differenza è stata fatta da grandi innovatori sociali che sono stati capaci di calare le innovazioni tecnologiche del loro tempo nel tessuto locale, rinnovandolo attraverso pensieri visionari e modelli di business capaci di guardare non solo al profitto ma anche alle persone e alla sostenibilità. Anche se il passato (ma non solo) ci offre grandi insegnamenti in tal senso (per citarne alcuni Luisa Spagnoli, Olivetti, Ferrari, oggi Cucinelli ecc.) qui voglio fare riferimento al modello delle B-Corp, un modello di impresa che assume nei suoi obiettivi di sviluppo l’attenzione alla cura e alla qualità sistemica, focalizzandosi sulle 3P: persone, pianeta, profitto. Allora per rispondere all’interrogativo che ci pone questa conferenza su come “investire per costruire”, forse oggi l’università deve lavorare per formare innovatori sociali e non solo inventori di tecnologie sempre più sofisticate. Innovatori capaci di portare trasformazioni all’interno del loro agire professionale quotidiano, mediante un’etica dell’investimento che sia attenta alla cura del sé, dell’altro e dell’ambiente. La sfida educativa quindi è quella di formare persone e non lavoratori, garantire una formazione integrale e non solo competenze e skill tecniche. Una sollecitazione questa che viene addirittura dal World Economic Forum, in continuità con le raccomandazioni di Papa Francesco che richiama la necessità di investire sulla formazione integrale del soggetto, per forgiare persone ispirate da un nuovo Umanesimo e impegnate tanto nella costruzione di un rinnovato sistema di alleanze e relazioni tra educazione e lavoro, quanto nella edificazione di un riformato welfare di comunità.